mercoledì 11 gennaio 2012

"Hoc habeo, quodcumque dedi"

Intervista a "Il Crepuscolo" del giornalista Davide Brullo della Voce di Romagna.


Qui è possibile scaricare il PDF:  http://www.scribd.com/doc/80011839/Articolo-della-voce

martedì 10 gennaio 2012

Crisi di identità

Questa è una crisi di identità. E’ la crisi di un popolo che non vuole sapere da dove viene e non sa cosa
vuole. Sentiamo ogni giorno di manovre attuabili o attuate, di ministri che avanzano richieste o di spread
che si alzano e si abbassano. Ma la mia domanda è: per cosa tutto questo? Per andare dove? Tutto questo
movimento avrà o vuole avere un punto di sfogo?
La più bella cosa che un uomo possa fare è costruire, rendere la sua vita terreno fertile, ma non si può
costruire nulla se non si sa quel che si vuole, se non si sa quale strada si vuole prendere o una volta risanata
la finanza che cosa ce ne si vuole fare. E allora la vera crisi sta in centinaia di persone che scelgono l’identità
proposta dalla massa, che accettano di essere chi qualcun altro gli impone di essere. Così si forma la fila
davanti alla Trony, così si riempiono le piazze di manifestanti, ma per manifestare che cosa?

Quindi costruire sì, ma su che cosa?

L’attuarsi della democrazia dovrebbe naturalmente portare alla scoperta della personalità responsabile di
fronte a sé stessa, di fronte alle scelte da prendere. Se non è il singolo che decide di impegnare la propria
intelligenza, che decide di riconoscere da dove viene e chi è, allora si perde anche l’aspetto più interessante
della democrazia e crolla qualsiasi sistema.

Siamo noi che andiamo educati, educati a riconoscere le nostre radici, a riconoscere di chi siamo figli e da
che spalle stiamo osservando il mondo, noi che siamo piccoli nani.
E’ solo nostra ora la scelta da fare, solo nostro il riconoscimento dell’origine; e allora si potrà iniziare a
costruire.

                                           Laura Mariotti

martedì 8 novembre 2011

Le cose che contano:

Non di solo pane vive l'uomo.
 Ottomila persone in fila dalle 4 del mattino sono informazioni interessanti, sopratutto se parliamo della fila di "accampati" che ha bloccato il traffico romano per l'apertura di un nuovo centro commerciale. Non so se avete mai visto il video degli U2 "Where the Streets have no name": loro che suonano sul tetto, la gente che riempie i marciapiedi e i poliziotti nervosi che cercano di far circolare il traffico bloccato dai fans. Ecco, lo scenario è lo stesso, solo che sui tetti non c'è nessun Bono ma la scritta Trony. Si promettono prezzi stracciati a una folla di imbambolati che mette da parte soldi per comprare tutte quelle cose che si faranno desiderare all'infinito. Ma avete mai pensato a comprare l'infinito? Perchè con gli smartphone siamo tutti più fighi. Ora che c'è la crisi sembra giusto rinunciare a beni di prima necessità; l'acquisto dei prodotti alimentari è sceso ma quello degli IPhone è rimasto invariato, anzi, per avere la limited edition dell' 4s si è disposti a passare la notte fuori dall' Apple Store a Bologna, com'è successo alla Trony di Roma. (Chi riuscirebbe mai ad attendere un altro mese ?!) Forse è per questo che dobbiamo veramente indignarci. Indignarci di noi stessi,di quali sono diventate le nostre priorità, del fatto che stiamo attuando un processo di riduzione dei nostri desideri. Allora io mi chiedo: Cos'è più importante? E' meglio passare il tempo in fila per un concerto o per vantarsi di un iphone? Chiudo con la speranza di avervi fatto riflettere e citandovi una canzone di Brunori Sas (Lei, lui, Firenze) che dice così:
 " Poi lo sai mi fa tristezza vedere la gente, che sogna di comprare tutto e si accontenta di niente"
Mi.

(per i più curiosi: http://www.youtube.com/watch?v=4ZA-TZYuhJ0)

giovedì 27 ottobre 2011

« Non indigniamoci, costruiamo »

Buonasera lettori, ciò che sto per riportare è uno stralcio di intervista all'economista riminese Alessandro Berti.
Mi è sembrato illuminante, perchè con massima chiarezza offre una chiave di lettura interessante sulla radice della crisi odierna. E come tale è degno di essere condiviso con voi.
Per chi fosse curioso di dare un'occhiata all'intero articolo, questo è stato pubblicato giovedì 27 ottobre 2011 su "La Voce" di Rimini.

P.F: L'attuale crisi economico-finanziaria globale e nazionale, rende evidenti una difficoltà di azione della politica e delle istituzioni ma anche una mancanza culturale che riguarda tutti, a partire dal cittadino della strada. Qual è il suo giudizio?

A.B: Ritengo che proprio le recenti manifestazioni dei cosiddetti Indignados mostrino tutto il limite di una posizione personale, e collettiva, incentrata solo sul lamento circa i colpevoli, e sulla pretesa che altri risolvano, ma sempre al di fuori di un coinvolgimento e di una responsabilità personali. Gli ultimi anni raccontano proprio la mancanza di senso del sacrificio, nell'impresa come nel risparmio: è significativo che le imprese, concertando con il sindacato, abbiano svuotato di significato la manovra governativa sulla flessibilità, mancando ad un'assunzione di responsabilità che solo Marchionne ha mostrato di saper portare. Così come fa riflettere che in tema di risparmio siamo tuttora fermi da un lato alla protezione de-responsabilizzante delle direttive europee, dall'altro alla detenzione pura e semplice di liquidità. In effetti il problema è culturale, ovvero di posizione personale.

P.F: Guardando al quadro locale, c'è qualcosa che dovrebbero fare enti locali e organizzazioni di categoria per la ripresa dello sviluppo, oppure siamo dentro un vortice in cui non possiamo decidere niente?

A.B: Non parlerei di vortice, rischiamo di ricadere nel giudizio di cui sopra: nulla dipende da noi, non si può fare altro che lamentarsi... Il problema della ripresa e dello sviluppo, ormai a questo punto è abbastanza chiaro, non è un problema finanziario - le difficoltà finanziarie sono una conseguenza di difficoltà che nascono prima -, ma di voglia di rischiare, di intraprendere, di non lasciarsi risucchiare nel pessimismo.



Gregory, che non ha nessun merito riguardo a questo post - come del resto riguardo agli altri -.
La fredda sera di giovedì 27 ottobre, con la solita emicrania.

domenica 23 ottobre 2011

Dove si va da qui?

L'odio è un film in bianco e nero del '95 girato da Mathieu Kassovitz nei sobborghi di Parigi.
È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. A ogni piano, mentre cade, l'uomo non smette di ripetere: "Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene..."




«E' la storia di una società che precipita, e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio: "fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene."
Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.

mi rivolgo soprattutto ai miei amici più prossimi:
sappiamo bene che la nosta società non è perfetta, e questo è un dato di fatto; ma ciò che ci sfugge, o che magari ci facciamo sfuggire, è il modo illusorio con cui ci accudisce e ci consola.
Diamo sempre per scontato che il futuro sia, per qualche strana ragione, un elemento sicuramente positivo, come se il paese in cui viviamo fosse un entità infallibile, come se l'impalcatura su cui stiamo fosse indistruttibile.
Ma non è così.
Per noi è assai facile fare esperienza nel quotidiano della nostra imperfezione, dei nostri errori, dei nostri fallimenti; ma non sono forse persone come noi (e noi stessi in realtà) a formare l'impalcatura del nostro paese?
Allora come può essere perfetto?

Siamo talmente abituati - anche a causa del periodo in cui siamo nati - a dare per scontato il futuro, che neanche presumiamo una possibile "caduta". E inesorabilmente continuiamo a ripeterci "Fino a qui tutto bene".
Ci siamo creati un orizzonte che si limita al nostro giardino di casa, che non rispecchia assolutamente la totalità della realtà in cui viviamo; la crisi esiste, il 5/10% degli italiani (e non parliamo di immigrati e simili) non ha di che vivere; smettiamola di sentire questi argomenti come al di fuori del nostro giardino di casa. Smettiamola di farci consolare o all'opposto di accanirci contro un governo confuso, che non può e non potrà mai essere infallibile; ma piuttosto, (sentendoci in prima fila) chiediamoci:

Dove si va da qui?




Giangi Gemmani, il critichino
(con una sinusite feroce il 23/10/2011 alle 21:25)

sabato 22 ottobre 2011

E' importante la bellezza



"E allora invece della lotta politica, la coscienza di classe, tutte le manifestazioni e 'ste fissarie, bisognerebbe ricordare alla gente cos'è la bellezza, aiutarla a riconoscerla, a difenderla."
(tratto dal film I Cento Passi)

Il Crepuscolo è proprio questo. Anzi, forse è un po' di più di questo.
Il Crepuscolo è rifiuto dell'alienazione, della claustrofobia.
Il Crepuscolo è educare lo sguardo sulle cose, uno sguardo ora così malato e sporco.

Ah, quando penso al Crepuscolo penso a Pierpaolo Capovilla che in un'intervista dice chiaro e tondo: «A noi manca l'Etica.»
Quando penso al Crepuscolo penso anche a Thom Yorke che canta: «I vostri allarmi dovrebbero suonare.»


Gregory F.
(ore 17.30 circa, in un gelido sabato pomeriggio)